casa contadina

Il museo della Civiltà Contadina
 
Il museo della Civiltà Contadina di Forenza rappresenta una tra le più suggestive e realistiche esposizioni etnografiche della Basilicata. Attivo dal 1995, oggi si avvale anche di un percorso interattivo/conoscitivo, realizzato con le moderne tecnologie multimediali   consentendo così di rivivere momenti di vita vissuta attraverso una scoperta individuale.
Il museo non si presenta come una fredda collezione di oggetti del passato, bensì come una ricostruzione fedele della casa di una famiglia contadina risalente ai primi anni del secolo scorso e appare quasi essersi magicamente cristallizzata lungo il trascorrere del tempo; oggetti, suppellettili, arredi e utensili, tutti originali, sono sistemati secondo una disposizione spaziale e funzionale rispondente al loro impiego. La Casa Contadina è una rara testimonianza degli usi, dei costumi e dei mestieri di un passato che è solo dietro l’angolo, e conseva una forza suggestiva tale da far cogliere con immediatezza la semplicità e l’essenzialità della vita che vi si trascorreva a quell’epoca. L’apprezzamento e le emozioni vissuti durante la visita dalle decine di migliaia i visitatori (ben oltre ventimila dall’apertura dove tante sono state le scolaresche di ogni ordine e grado), trovano riscontro negli scritti lasciati da tanti di essi; ma il leitmotiv è racchiuso in queste parole scritte dall’ideatore e curatore della realizzazione:
 
… è la casa della miseria e dell’amore,
la casa in cui, sebbene schiacciati dalla povertà,
sebbene con la fame negli occhi,
tutti si volevano più bene”.
Michele Castelli


All’interno vi troviamo cose d’uso quotidiano.
La scopa di miglio che situata all’ingresso della casa stava lì per scacciare gli spiriti maligni (li spi’r’ t malign’), le streghe (r masciar’), e per tenere lontano il malocchio (u malucch(i)), dal momento che i nostri antenati oltre ad essere molto religiosi, (dappertutto vi sono quadri di santi e figure di santini) erano anche molto superstiziosi.
 
Appesi ad un chiodo il cappotto a ruota (u mandill’ a rut’),  lo scialle (u sciall’), il cappello (u cappidd’)  nel cui nastro, sopra la falda, nei giorni di festa di S. Antonio, del Crocifisso e di S. Vito, in loro onore e per loro devozione veniva infilata l’immaginetta acquistata durante la processione.
 
Poggiata in una conchetta di rame, una tavola dentellata a mano (u strcatour’) che serviva per lavare biancheria intima in casa, mentre lenzuola o roba ingombrante si portavano in una grossa cesta al fiume (la cest’ du uaddòun), con un pezzo di sapone fatto in casa con grasso di maiale e soda caustica ed un attrezzo il maglio (u magl(i)), pezzo di grande pregio perché in legno intarsiato a mano.
 
Sulla parete sopra la madia (la fazzatòur’), presso la quale, un giorno alla settimana, la padrona di casa trascorreva quasi tutta la nottata per impastare il pane, trovano posto le scarpe dell’uomo (u scarpunett’) e delladonna, (u scarpéin’).
 
L’angolo pranzo che trova posto accanto al camino ed è costituito da un rudimentale tavolo (la scannedd’) e dagli scanni (li scannidd’), sul tavolo un piatto grande (la spasett’), unico per tutti, in cui vi sono le forchette di canna (r  furcein’ d’ cann’), perchè quelle di ferro venivano usate soltanto nelle grandi feste (r fest’ terribl’) con  un piccolo fiasco di legno (la fiaschtedd’) contenente naturalmente dell’ottimo vino aglianico (ru mmìr’ agliann’).
 
Un capolavoro di artigianato: la (canacamr’), camera di canna, magnifico manufatto realizzato dai nostri contadini con canne fresche tagliate ed intrecciate in cui si conservava la quantità di grano che avrebbe dovuto bastare per un intero anno.
 
La tavola che pende dal soffitto costituiva la dispensa (la rspenz’), posta in alto perchè non potessero arrivarci i topi (li surg(i)): vi sono poggiatile forme di formaggio (du(i) masc(i)òttl’ d’ furmagg(io)), e dei vasetti di creta bianchi (li candaridd’) utilizzatiper conservare lo strutto di maiale, la sugna (la nzogn’), la salsiccia (la saz(e)zz’ ind la nzogn’), conservatasempre nella sugna, ed il sanguinaccio (u sangicch(io)) che, spalmato su una fetta di pane (na fedd’ r pan’), costituiva la colazione dei bambini di età scolare.
 
Una singolarità è rappresentata dal misurino chiamato in dialetto (l’abbast’) che misurava la quantità di olio che doveva necessariamente bastare per condire la minestra per l’intera famiglia.
 
Il riscaldamento era rappresentato dal camino (la ciumnìr’) che faceva anche da cucina, sormontato dalla camastra (la camastr’), una catena di anelli per mezzo della quale il caldaio poteva essere alzato o abbassato sulla fiamma; mentre lo scaldaletto (u scaffalitt’) si posizionava nel letto tra le lenzuola, prima di andare a dormire, su di esso si posizionava una piccola teglia di ferro contenente brace accesa ma non molto viva, veniva coperto con le coperte così che il calore si raccoglieva fino al momento in cui si andava a letto.
 
Monumentale è il letto grande (u l’ttoun’), dalla perfezione della sua fattura si deducevano le virtù e l’ordine della padrona di casa. Era formato da due ferri con piedi più o menolavorati (li trispt’) che reggevano generalmente quattro o cinque tavole di legno, su cui venivano adagiati i materassi, chiamati sacconi (li  saccoun’), due grossi sacchi riempiti di brattee di mais, secche  (fogl'(ie) d grandìn(i) assccat’).
 
Rudimentale anche la culla (la nanav(e)zzch’) penzolante sul letto e formata da un pezzo di panno robusto, infilato in due grosse corde (r zoch’) ancorate al muro e allargate da due pezzi di canne (l scamurz’) tagliate a forchetta, per dare l’ampiezza alla culla; un pezzo di legno flessibile ad arco reggeva un velo ricavato, generalmente, dall’abito da sposa della madre, mentre fungeva da cuscino un panno piegato più volte. Lenzuola logorate dall’uso e poca lana formavano invece il piccolo materasso trapuntato a mano.
Allo stesso modo venivano cuciti alcuni pannolini che si mettevano prima della fasciatura, in maniera che la lana, in qualche modo, trattenesse la pipì. Questi pannolini, chiamati in dialetto (r’ taccunedd’), una volta bagnati… si asciugavano sull’asciuga-panni (l’assucapann’) una cupola in legno o in ferro, disposto sul braciere (u vrascìr’) ai piedi del letto, per stendervi i panni ad asciugare.
 
La funicella (na zouch’) penzolante dalla culla e abbastanza lunga, legata alla cintura dalla mamma mentre sfaccendava, consentiva in qualsiasi angolo della casa si trovasse di poter cullare il proprio bambino.
 
Sul lato destro, del letto, vi è il bagno, due recipienti, pudicamente nascosti, chiamati (li candr’) e utilizzati per raccogliere orine e escrementi che tutti i giorni dovevano essere svuotati nella carretta pubblica che passava ogni mattina, all’alba.
 
Generalmente non vi erano altri ambienti (mentre nel nostro caso vi è una stalla e una cantina oltre al locale adibito all’esposizione di oggetti più recenti) per cui gli animali domestici, l’asino (u ciucc(io)) o il cavallo (u cavadd’) e, mai mancava, il maiale (u purch’), dopo essere stati per tutto il giorno o in campagna o legati fuori la casa, all’imbrunire venivano fatti rientrare e i loro posti erano:  ai piedi del letto, il maiale, e  alle spalle del letto, l’asino o il cavallo.
 
… e tanto altro ancora!